Occhi di nutria che guardano stelle lontane

Ero in ritardo. In un ritardo mostruoso, a dire il vero.
L’appuntamento al campetto era fissato per le 20. Guardai l’orologio sbilenco del cruscotto: lampeggiavano le 19:47. Pigiai sul gas. Sfrecciavo come un folle per sconosciute strade di campagna. Un po’ alla cieca, seguendo l’istinto, come quando si scopa al buio. 

L’aria calda di mezza estate entrava prepotente dai finestrini abbassati. Era sera. Avevo il culo fuso al sedile. Una fusione perfetta come una fetta di cheddar su un hambuger ben cotto. La schiena sudata come la fronte di un muratore albanese.
Avevo tanti vizi, quasi nessuna entrata e quindi povero da far schifo. Qualità condivisa dagli amici del calcetto: quindi per contenere i costi sceglievamo i campetti più scrausi, spesso abusivi, alcune volte persi nella campagna come in questo caso.
Non avevo idea di dove fossi e nemmeno di dove dovessi andare.
Le indicazioni del Frisko si erano rivelate anche in quella occasione, precise e affidabili come sempre.

Volume 8 di De Andrè sparato a tutto volume. Le note mischiate con l’aria serale in un abbraccio inebriante. Proprio sul più bello, una buca presa in pieno fece saltare il cd. L’autoradio passò per cazzi suoi alla modalità Fm: stazione RadioMaria. Bestemmiai. Iniziai a smanacciare alla cieca per sfuggire alla trasmissioni in diretta del Rosario quando un tonfo sordo, seguito da un sussulto della macchina, mi fece venire un colpo. 
Pigiai d’istinto sui freni. Inchiodai. Le gomme stridettero. 
La macchina sbandò e per un attimo pensai che sarei morto in un fosso. 

Chiusi gli occhi. 

Quando li riaprii ero fermo. 
RadioMaria continuava imperterrita le sue trasmissioni. A quanto pare a Dio non fregava un cazzo della mia quasi morte. Ero sudato. 
Guardai davanti a me, attraverso il parabrezza: il vuoto.
Un vuoto cosmico, ancestrale. Il grande silenzio rotto dal cantare dei grilli.
I fari illuminavano la strada. Attorno a me solo campi a perdita d’occhio immersi in una sera che si faceva notte. In lontananza flebili luci di un paese sconosciuto. Poteva essere Orzivecchi o Zurlengo, oppure Betlemme.
Bestemmiai.
Scesi per controllare cosa avesse provocato il botto che per poco non mi aveva ucciso. Avevo investito qualcosa, o qualcuno. Sperai con tutto me stesso di non aver tirato sotto una vecchia. Odiavo le vecchie.
Iniziai a figurarmi la scena: una Graziella accartocciata, una sacchetta della spesa rovesciata e una ottuagenaria, in pantofole e calze color carne, riversa sul grigio asfalto. Morta. 

Ero neopatentato, bevuto e sicuramente in torto. La prospettiva non era rosea. 
Inoltre la macchina non era mia, o meglio, era condivisa con mia madre. 
Al tempo avevo una scassata Fiat Punto Sporting, argento metallizzato.
L’auto era piena di acciacchi. Pareva che avesse attraversato entrambi i conflitti mondiali: il volante si induriva a tradimento, smontato da un sedicente meccanico era stato rimontato storto di 35° EST, il motore era fiacco e le prestazioni assomigliavano a quelle di un polmone d’acciaio.
Strani rumori provenivano dalla zona dello scarico e le sospensioni erano a terra.

Gli interni non erano da meno: il sedile guida era sfondato e pareva di guidare seduti su una cassetta della frutta, i posti dietro erano stati usati più e più volte come alcova. Una serie di macchie, sparpagliate ovunque, tradivano i frettolosi e ingloriosi rapporti sessuali consumati in qualche squallido parcheggio pieno di guardoni segaioli.
Il paraurti posteriore era segnato sul lato destro, una ferita a perenne ricordo di quella volta che uscendo in retro dal garage scardinai il cancello di casa scagliandolo in mezzo alla strada.
La chiusura centralizzata poi non funzionava più. Qualche figlio di puttana aveva pensato bene di provare a incularmi la macchina, ma essendo un incapace, si era limitato a sminchiarmi la serratura lato guida.
Io per entrare in auto e tornare a casa dovetti scassinare quella del baule. 
Sul cofano, la scritta “Sporting”, rosso corsa, era l’ultimo rimasuglio di velleità sportive ormai sopite come le voglie di mio nonno.

La sera in campagna è sempre più fresca. 
Una goccia di sudore mi scese dal coppino, giù, lungo la schiena. Rabbrividii.
L’immagine della vecchia si faceva sempre più vivida nella mia mente mentre mi avvicinavo al frontale dell’auto: ne vedevo i tratti del viso sconvolti dalla forza dell’impatto. Il naso rotto e fuori asse. La dentiera volata via. Gli occhiali di finta tartaruga piegati e sporchi di sangue come quelli di John Lennon
Si materializzò nella mia mente la nitida immagine di un alluce valgo. Un piccolo alluce rugoso e venoso che spunta fuori da uno strappo nella calza contenitiva color carne. Per una strana connessione di idee pensai a quei vecchi che si dimenticano l’uccello di fuori, magari dopo una pisciata, se ne vanno in giro, tranquilli e quello se ne sta lì e spia fuori, come un cucù.

Vecchia morta = patente in fumo.
Mentre mi avvicinavo al frontale della macchina per constatare i danni mi preparai per assistere ad una scena da film splatter anni ’80.
Decisi che avrei occultato il corpo. Avrei buttato la vecchia in qualche campo di mais sperando che, al momento della raccolta, una mietitrebbia l’avesse triturata cancellando così ogni prova del mio delitto.
Sarei stato spietato, freddo.
Sentivo dentro di me divampare il cuore di tenebra.
Mentre superavo il cofano mi preparai al peggio. 

Nulla! Niente di niente!

Nessun corpo da occultare, nessuna vecchia mandata al Creatore, eppure il cofano della Punto era sporco di sangue.
Cosa cazzo avevo tirato sotto? Un cane? Un gatto? Magari un bambino.
Guardai attorno alla macchina. C’era buio. Nulla.
Cercai con maggior attenzione. Mi aiutai con la luce del telefono.


Stavo rinunciando e mi apprestavo a rimontare in macchina quanto la mia attenzione fu attirata da qualcosa di insolito, di strano.
Mi avvicinai. Una massa pelosa era incastrata tra la ruota e il passaruota anteriore destro. Una massa nero-marrone, ispida. Puzzolente. 
Pensai a un cane o a qualcosa del genere.

Quella roba pelosa e sanguinolenta si era avviluppata tutta attorno alla ruota. Era un vero casino. Un pò come quando ad Ema gli esploreso i piedi.
Qualunque cosa fosse era sicuramente morta. 
Tentai di staccarla dalla ruota con un piede. La consistenza era molliccia.
Niente da fare. Quella roba sembrava fusa con la gomma. 
Bestemmiai.

Cercai un bastone. Giocai di polso e a suon di imprecazioni riuscii a staccare quel corpo morto dalla mia auto. Libero da quell’abbraccio mortale di gomma e acciaio la “cosa” riprese una sua forma. 
Era una nutria. Una maledetta nutria. 
Maledii quelli invasati del WWF. 
L’animale doveva aver qualche taglio o buco perché, mentre lo contemplavo nel suo rigor mortis, con un sorta di pernacchia cacciò fuori viscere e sangue che si riversarono tutt’attorno. Si sgonfiò come un materassino buco.
Quella poltiglia mi ricordava uno smoothie di lamponi e fragole con dentro un parrucchino da uomo. Ne ero incantato. Sono sempre stato attratto dalla morte, nelle sue varie forme.

Guardai la nutria che avevo stirato.
Aveva gli incisivi sporgenti e gialli. 
Lo sguardo ormai privo di vita, rivolto alla volta celeste. 
Gli occhi. Due biglie d’onice contemplavano le stelle. Alpha centauri, Orione.
C’era qualcosa di poetico in quello spettacolo di morte: le stelle, le galassie, una nutria morta che scruta il Firmamento, il canto dei grilli, il grano piegato da una lieve brezza, l’odore dell’estate. La vita, la morte.
Un motore Fiat che borbotta. RadioMaria.

Non avevo cuore di abbandonarla sul ciglio della strada; come un giocatore di hockey sospinsi la nutria verso il fosso. La feci rotolare un po’ su se stessa, la accompagnai fino al bordo del fosso e la scaricai.
Scivolò giù, come un enorme stronzo peloso. Lasciò dietro di sé una striscia di sangue e budella. Una sgommata mestruale. Toccò l’acqua con un bel “plocth” e si inabissò. Scomparve per un momento, poi riemerse a pancia in su. Il pelo bagnato sulla pancia gonfia rifletteva la luna.
Sembrava una nave funebre vichinga. 
La guardai allontanarsi.
Rimontai in macchina e ripartii. 
RadioMaria continuava a cianciare di peccati e perdono.

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