Roberta

Avevo 15 anni, ero stupido e mi innamorai di lei.

Era il settembre del 2003. Primo giorni di superiori. Solo. Davanti al cancello della scuola, ero in anticipo di quaranta minuti.
Per tutta la settimana precedente mia madre mi aveva scassato notte e giorno, raccomandandomi di non far tardi il primo giorno di scuola, pregandomi di essere puntuale. Glielo promisi e il giorno X mi svegliai all’alba.

La mia vita si stava avviando ad una svolta: nuova scuola, nuovi compagni, nuove routine, nuove menate. La palpebra destra iniziò a sfarfallare.
Avevo appena superato i tre anni di medie, più per culo che per merito, ed ora mi attendevano cinque anni di Ragioneria. Ero nuovamente con lo zaino in spalla. Pensai che la prossima estate senza compiti l’avrei vista, a Dio piacendo, tra un lustro. Un lustro! Sono cinque anni. Cinque. Anni. 

La scelta delle superiori poi non mi convinceva pienamente e si rivelò quanto mai scellerata, ma a quella età avevo tutt’altro per la testa. Optai per la scuola più vicina a casa: 1.956 metri precisi dalla porta di camera mia al cancello della scuola. 
Ed ora eccomi lì, solitario e meditabondo ad aspettare il suono della prima campana.
La prima di tante. La prima di migliaia. Migliaia. 

Il cielo era coperto, l’aria calda e umida. Soffocante.
Stavo esattamente sotto la seconda lettera “B” che componeva il nome della scuola. Una insegna enorme, a caratteri cubitali, forse in ghisa. Mi ricordò l’ingresso di un campo di concentramento.
Zaino tattico: mezzo vuoto. Non sapendo cosa portare volli stare leggero, forse troppo. Lo zaino Seven nero mi accompagnava ormai da qualche anno, aveva visto giorni migliori, ma per pigrizia non mi decidevo a cambiarlo. Le spalline stavano iniziando a farsi strette, o forse ero io che ero cresciuto. Senza peso che lo tirasse in basso mi ritrovavo ste zaino all’altezza del coppino. Sembravo una giovane marmotta pronta per la sua prima escursione. Imbarazzante. 

Mi guardai attorno: una folla di “primini” come me. I volti distrutti, spaventati da tutto e tutti. Terrorizzati dal grande ignoto del primo giorno di scuola.
Non so loro, ma io non sapevo un cazzo di nulla: non sapevo dove andare, in che classe stare, dove sedermi. Nulla. Niente, di niente.
Le indicazioni date dalla segreteria erano kafkiane: “Presentarsi all’ingresso alle 8.30 e attendere le istruzione del personale di servizio.”.
Utili come gli anni Ottanta o come due alluci sullo stesso piede.
Sospettai che sarebbe stato un caos e attesi lo spettacolo.

Non sbagliai. Come avevo previsto, le assegnazioni alle classi avvennero nel caos più totale. Nessuno sapeva bene cosa stesse succedendo. I primini vagavano in lacrime nel grande ingresso. I bidelli, tutti di origine altoatesina, storpiavano i cognomi in maniera surreale. Arrivò il mio turno: “Piandòòni, sezione H.” Sperai di essere io.
Non ne ebbi mai la conferma. 
Raggiunsi un foglio di carta, appiccicato alla cazzo di cane ad una colonna, con una H stampata malamente. Era triste tutto ciò.
Triste come le facce dei prof, che pian piano arrivavano per raccogliere le nuove classi. Facce che manifestavano tutta la loro gioia di vivere: pareva che a seguito di un incidente stradale avessero perso in un sol colpo nonna, gatto, cane e zio preferito. Una strage degli affetti prediletti.

I prof ci vedevano solo come una nuova infornata di adolescenti in piena crisi ormonale, peggiore in tutto e per tutto alla precedente. Molto probabilmente la maggior parte di loro avrebbe preferito la morte piuttosto che affrontare un nuovo anno scolastico.
Un malsuonato Requiem di Mozart, eseguito da un bambino disabile, aleggiava in sottofondo.

Le classi si composero. Raggiungemmo scortati da un bidello muto la nostra aula.
Piano terra, in fondo al corridoio, ultima a sinistra. Proprio prima dei cessi.
Diedi una occhiata alla gente che mi circondava. La prima impressione che ne ebbi fu quella di una banda di bucanieri dei caraibi occidentali: sporchi, dalla dubbia moralità e pronti a tagliarti la gola per un doblone d’oro. Ragioneria al tempo era famigerata, assieme al CFP, era grossomodo un Vietnam nell’annata d’oro 1973.
Scuola prettamente maschile, le ragazze erano poche. Pochissime.
Mi sedetti in prima fila, non perché fossi particolarmente secchione ma perché tutti i posti in fondo erano già presi. Confidai di inculare il posto nelle retrovie alla prima assenza di qualcuno che vi si era piazzato: rimasi in prima fila per tutti i cinque gli anni.

Mentre sistemavo la cartella dietro alla sedia, squadrai la componente femminile e la vidi. Stava due file dietro di me.
Lei.
Fu uno sguardo rapido, di sfuggita, ma scattò qualcosa, un pò come quando a mio nonno venne un colpo apoplettico: è una cosa di un secondo che però ti cambia per sempre. 

Il Divino si manifesta in molteplici e sorprendenti modi: lo sguardo di Rick Blain in Casablanca, Elvis che canta Suspicius Mind a Las Vegas nel 1970, Dolores O’Riordan, i testi delle canzoni di Fabrizio De Andrè, un dribbling fulminante sul campetto dell’oratorio, la prima trasformazione di Goku in SuperSayan, Julee Cruise che canta Summer Kisses Winter Tears, il caffè di mezza mattina, Hulk Hogan che solleva Andrè the Giant. Trovare un cesso pulito e profumato.

Lei.
Pensai a Elvis. A quel Dio ucciso dal burro d’arachidi.
Il mondo è proprio un posto strano.
Lei aveva qualcosa di luminoso. Si accorse che la guardavo, mi sorrise.
Fu il sorriso più bello che avessi mai visto e di seguito non ne vidi di migliori.
Mi sentii una persona migliore. 
Pregai di essere pettinato e di non avere briciole addosso.
Controllai il mio outfit: faceva cagare. Come sempre.


Era il momento dell’appello. Il prof di Scienze si chiamava Gaetano De Simone. Si presentò in camicia rosa, cravatta di topolino, capelli alla Albert Einstein e babbucce ai piedi. La sua entrata in aula mi strappò a viva forza dalla contemplazione del mio personalissimo cielo dantesco.
Sprofondai nello sconforto.
L’appello fu lungo come una coda di anziani in posta ma mi permise di scoprire il suo nome: Roberta. 
Pensai a quando i miei mi dissero che se fossi nato femmina, mi avrebbero chiamato proprio con quel nome.

Passarono le prime settimane. Non sono un tipo socievole, anzi per nulla a dire il vero, mi ci volle tempo per legare con qualcuno, ma lei restava sempre fuori dalla mia fuori portata. 
La guardavo come un bambino povero guarda una vetrina di giocattoli la vigilia di Natale. Le dinamiche di una classe sono qualcosa di misterioso e arcano, di spaventoso a tratti.
Come avvicinarmi a lei senza passare per maniaco?

Per una volta fui fortunato. Verso fine ottobre si iniziò ad andare in laboratorio di scienze il sabato mattina. C’erano banchi di lavoro da tre persone e io mi ritrovai in trio con Lei. Ringraziai il cielo, Javier Zanetti e l’iniziale del mio cognome. Il terzo del trio era il buon Pasinetti, un tipo piccolo e biondino che parlava solo sotto tortura. Sparì del tutto a metà anno.
Ero impacciato con le ragazze ma pian piano iniziammo a parlare.
Il rischio di morire intossicato da qualche schifezza chimica mi diede coraggio.
Passai ore a guardarla di nascosto, a godere di ogni suo piccolo particolare.
Mi piacevano le sue mani. Adoravo il suo sorriso. Rideva sempre.
Credo che ci si innamori delle piccole cose, difficilmente della persona nella sua interezza. Ci attraggono le unicità, i tratti unici, che una persona ha.

Riuscii a farla ridere un paio di volte e tra una provetta e l’altra mi racconto un pò di lei, Giocava a pallavolo, aveva dei cani, adorava i peluches.  
Era bassina ma soda, muscolosa. A pallavolo era la più forte, io me la cavavo. Schiacciava con una forza inaudita, distruggeva le città. 
Era combattiva. Durante una partita nella fatiscente palestra anni ’60 dell’istituto, mi spintonò e io finii sopra il battiscopa. Non so come, ma quel cazzo di battiscopa si stacco dal muro e mi si infilò nel ginocchio. Un taglio da tre dita che iniziò a spruzzare sangue.
Finii in infermeria, lei mi accompagnò.
Sarei morto tra le sue braccia, guardandola negli occhi mentre spiravo verso i Campi Elisi. Sarei stato felice, le avrei chiesto un ultimo bacio prima di seguire con gioia la Dea falciante.
Pensai all’Amore, quello vero, puro. Un amore perfetto, platonico. 

A 15 anni ci credi. Mi stavo già incamminando verso la luce che mi chiamava, quando la bidella, con un pò di ghiaccio e un cerotto che non stava appiccicato, mi rispedì in classe.
Roberta mi riportò in palestra a braccetto. Mentre camminavano come una vecchia coppia di ottantenni pieni di acciacchi mi sentii felice.
Ero una tavoletta di burro lasciata sulla fronte di un cammello con la febbre in pieno deserto.

Poi un sabato mattina, durante un esperimento con il mercurio, mi disse che era fidanzata. Fui tentato di scolarmi il liquido mortale che stava sul tavolo. Resistetti. 
La storia della mia vita si ripresentava sotto nuove spoglie, il vecchio mantra: avrai tutto ciò di cui non ti frega niente, ma niente di ciò che vuoi.
Incassai il colpo. Come Rocky vacillai ma restai in piedi.
Ci ero abituato in un certo senso.
La mia adolescenza ha a tratti il sapore amaro della farsa.
Ma ci si abitua, con il tempo, ci si abitua a tutto.

Tutti i mie sogni amorosi si frantumarono.
Tutto l’apparato di seghe mentali che avevo edificato crollò come le Torri Gemelle.
Imparai una grande lezione, una delle poche che ho imparato: non credere di ottenere qualcosa solo perché senti di meritartelo.
Non conta un cazzo quello, il gioco segue regole sue. Ti puoi sbattere, puoi metterci tutto te stesso, puoi crederci, puoi pensare persino di vedere il lieto fine, lì a portata di mano. Basta allungarsi ancora un pò, aspettare ancora un attimo. Resistere. Pazientare. Senti di meritartelo.
Senti che dopo tanta merda il tuo momento è arrivato.
Tutte stronzate.

Giochi la partita da Dio, perfetta, poi sciabatti e ti fai autogol al 90°.
Per anni inganni tutti con il tuo parrucchino da da mille euro e alla fine, mentre ridi e scherzi, una folata di vento che te lo fa volare via.
Ti metti in riga con il bere e alla prima birra ti fermano i carabinieri.
Credo che tutto sia già scritto e che il Destino abbia uno strano senso dell’umorismo.
Il Grande Libro della Vita: possiamo sfogliare le pagine con sguardo ebete, far finta di leggere per sembrare quelli in gamba ma in realtà non abbiamo la minima idea di cosa ci sia scritto.
Un libro di fisica quantistica in mano a un bambino dislessico di quinta elementare.


Nonostante la coltellata ricevuta continuammo a parlare.
I mesi passavano e noi continuavamo impercettibilmente ad avvicinarci. 
Attratti da una forza misteriosa e antica. Irrazionale. Irresistibile.
Ci baciammo.
L’ultimo giorno di scuola.
Solo un bacio. Sulla bocca.
Non ne seguirono altri, non ci fu il lieto fine.
A volte si vince, altre si perde, qualche volta si pareggia: è la vita.
Ma a quel bacio, a distanza di anni, ci penso ancora.
Nelle notti senza sonno, ritorno con il pensiero a quel momento. Ripenso al caldo di giugno, alla particolare atmosfera dell’ultimo giorno di scuola, alle risa, alla Coca-cola calda e sgasata, alle patatine sul pavimento.
Ritorno a quella aula in fondo al corridoio.
Rivedo quel ragazzo.
Rivedo Lei.
Se la felicità ha un sapore, ha il sapore di quel bacio.

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