FURTI E BRUGOLE

Avevo ventitre anni e mi trovai a lavorare per un negozio di articoli sportivi.
Mi fece un colloquio la vicedirettrice, una traccagnotta di 130 kg che non aveva nulla di sportivo. Un’ora di colloquio durante i quali le raccontai di tutta la mia vita: da quando fui concepito nella estate 1988 su un divano-letto di una casa vacanze fino a quando le avevo stretto la mano poco prima. Volle sapere delle mie esperienze lavorative, del diploma, dei miei traumi d’infanzia e del mio bisogno di essere accettato. Le confidai di aver sempre ammirato quel negozio di articoli sportivi e che desideravo fortemente entrare a far parte di quello straordinario e dinamico team. Era un pò il mio sogno fin da bambino. Mi concentrai con enfasi sul mio amore per lo sport e sulla passione per le persone. Serietà, diligenza e sacrificio erano il contorno di questo perfetto american boy. Un JFK in miniatura: il sogno di ogni datore di lavoro. Giocai le mie carte.
Mentii spudoratamente su tutto. 
Lei se le bevve, tutte, avida come un vitello affamato attaccato a una mammella.

IL REPARTO CICLISMO
Mi assegnò al reparto ciclismo. Il regno di Paolo, il caporeparto.
Venni accompagnato e mi presentò. Lui mi squadrò. Ci stringemmo la mano e capii che aveva capito. Ebbi le deliziosa sensazione di stargli sul cazzo a pelle. Era corrisposta.
La vicedirettrice da 130 kg mi lasciò solo con Paolo e se ne andò con la flemma di un ippopotamo che non aveva digerito. Paolo continuava a guardarmi con stupidi occhi da orsacchiotto di peluche. Occhi neri, ebeti e inespressivi eppure maligni. Mi veniva da ridere. 
Il suo sguardo avrebbe dovuto terrorizzarmi, farmi capire che era lui che comandava, che era lui che aveva l’uccellone grosso. Il più grosso di tutti. Un bazooka. E che lo avrebbe usato contro di me se non fossi stato in riga, se avessi cagato fuori dal vaso, se non mi fossi sottomesso al suo potere. Al suo illimitato potere, sul reparto ciclismo.
Messo in chiaro chi comandava e chi era comandato, partimmo per per il giro di ricognizione. Prima tappa: l’Inculatoio. 
Era uno stanzino, dietro alle casse. Grande come una latrina o poco più. Ci si stava in due: l’inculato e l’inculatore, non era previsto spazio per degli eventuali spettatori. Era il luogo preposto per il “parlare”. Se finivi lì dentro era perché c’era qualcosa che non andava, non eri in linea con la mission aziendale e dovevi essere inculato a secco. Punto.
Ne conoscevo di posti simili. La mia vita lavorativa può essere descritta come il passaggio da un inculatoio ad un altro. Sono tutti uguali, idem gli inculatori: sadici capo-reparto con manie di grandezza, Napoleoni del reparto surgelati, piccoli Bismarck delle sottilette. Paolo.
Dopo il tour all’Inculatoio andammo in reparto. Mi presentò agli altri schiavi. Ragazzi distrutti dal lavoro eppure grati fino alle lacrime di avere quel posto merdoso da 30 ore per 800 euro al mese.
Erano passati forse venti minuti e già odiavo tutto e tutti.
Mi spiegò cosa si faceva in reparto: sistemare gli scaffali, montare le biciclette, dare assistenza ai clienti e scaricare i bancali. Mi ricordò di essere sempre disponibile e di ascoltare i colleghi più anziani: di non fare cagate insomma.
“Hai capito tutto?”
Gli feci cenno di sì.
Mi andò a prendere una pettorina da commesso. Penso che la scelse con cura perchè mi portò quella più sudata e lercia. Mi diede un taglierino, una brugola, la password per il sistema-ordini e mi fanculizzò con una pacca sulla spalla e con un “benvenuto a bordo” falso come pochi.
Lo guardai andarsene, tornare alla sua postazione di potere dalla quale poteva osservare tutto il reparto. Camminava come se avesse avuto una sgommata nelle mutante. Pensai che fosse gay o qualcosa del genere, forse un bisessuale represso o uno di quelli che scopa i tubi da giardinaggio.
Gli stavo sul culo, mi stava sul culo. Ma lui aveva il potere e io ero una gomma da masticare che gli si era appiccicata sotto la scarpa.
Ero solo. In mezzo a reparto ciclismo. Sotto la luce dei neon. Con la mia pettorina sudata e puzzolente. Guardai l’ora: le 15:34, avrei staccato alle 20:00. Bestemmiai. 

I COLLEGHI
I miei compagni di reparto erano dodici ma lavorando su turni alcuni non li vidi mai. Forse nemmeno esistevano ed erano solo nomi vuoti sul tabellone orario. Gente magari morta: Federica, Luca, Matte, Claudia, Morris.
Tra quelli che vedevo mi capitò spesso di stare affiancato a Matteo M. e ad Andrea. Erano le vecchie guardie. Le colonne del reparto ciclismo.
Mi presero sotto la loro ala e mi insegnarono come funzionava la vicenda. Capirono fin dal primo momento che sarei diventato il nuovo compagno di giochi di Paolo. 
Andrea era in gamba, magro, secco come un grissino, avrà avuto trentacinque anni o giù di lì. Veniva al lavoro in bici, tutti i giorni, da non so dove. Lui era un vero appassionato. Mi spiegò da cima a fondo il mondo delle biciclette: telai, freni, cambi, ammortizzatori. Si vedeva che era competente. Concludeva tutte le frasi con un “ottimo!”. 

“Capito Alex?”
“Penso di si.”
“Ottimo!”

“Ciao Alex. Siamo di turno insieme oggi?”
“Se sono qui, penso di si.”
“Ottimo”

“Alex, è pronta la bici?
“Si, Andrea”
“Ottimo”
e così via.

Ne venni impestato pure io e cominciai a usarlo. Inconsciamente. Era tutto un “ottimo” in reparto quando stavamo io e lui. La cosa degenerò e iniziai a usarlo anche in casa con i miei. 
“Alex, quel cazzo di gatto ha vomitato ancora!”
“Ottimo!”
E andavo con la mia bella paletta a tirare su lo schifo che il gatto aveva fatto. 

IL FOGLIO BIANCO
Poi c’era il Matteo. Lui era un bullo. Stava lì da 14 anni. Aveva una folta barba e un passato da alpino o da militare. Era impazzito ed era finito lì, in quasi tre lustri non aveva mai voluto avanzare di livello. A 46 anni era ancora un cazzo di commesso. Gli piaceva stare tranquillo. Non gli fregava niente di nessuno.
Matteo mi insegnò forse la cosa più utile che abbia mai imparato: girare sempre con un foglio in mano. 
I primi giorni lo vedevo camminare a passo svelto qua e là, sempre con ste foglio in mano.
A volte si stoppava, dava un occhio al foglio e poi riprendeva il moto. Tutti i giorni così. Avanti e indietro, dal reparto al magazzino.
Curioso come una scimmia gli chiesi cosa ci fosse scritto su quei fogli. Mi mostrò quello che teneva in mano: era bianco. Un dannatissimo foglio bianco. Lindo come un paio di mutante appena comprate. Non c’era scritto nulla, ma lui, girando con quel foglio bianco in mano, dava una immagine di uomo affaccendato e nessuno gli rompeva mai il cazzo. Matteo mi diede una grande lezione: nel lavoro tutto è apparenza. Inizia a farlo anche io. Alla mia dotazione fatta di taglierino, pettorina e brugola si aggiunse, ben piegato nella tasca posteriore dei pantaloni, un foglio candido da usare alla bisogna. 
Un certo Andre P. era invece il “misterioso”. Non lo capii mai fino in fondo. Guadagnava come un commesso ma spesso e volentieri partiva per dei viaggi da migliaia di euro e noi dovevamo coprirlo. Se ne stava via per settimane a volte. Non ho mai capito quale misterioso arcano stava sotto tutta la faccenda, ma era uno dei protetti di Paolo e quindi lui poteva ciò che gli altri non potevano nemmeno immaginare.
Poi c’erano altri colleghi utili come la trama in un film porno.
Alcuni simpatici, altri viscidi.

Le settimane passavano e io imparavo. I primi tempi mi capitava di domandarmi cosa cazzo ci facessi lì e perchè non me ne fossi già andato. Credo che mi abbia tenuto lì il desiderio di rompere le palle a Paolo.
Il Re del reparto ciclismo mi chiamò un paio di volte nell’Inculatoio per ordinaria amministrazione: una volta era perchè camminavo troppo lento a suo dire, l’altra era per ricordarmi che piegavo di merda le tutine da ciclista. Gli promisi che avrei allungato un pò il passo ma continuai integerrimo a piegare a cazzo le tutine.
Per quanto mi riguarda, nel mio piccolo, ogni occasione era buona per spalare un pò di merda su di lui. Ci si ritrovava in due o tre, nascosti nella corsia Abbigliamento Ciclismo a sparlottare sottovoce. Divenni una sorta di cospiratore marxista, la pecora rossa del reparto. Un carbonaro che tramava tra i pedali, i pantacollant e le scarpette da ciclista.
Il Gran-capo Paolo iniziò a capire che la mia influenza era negativa sul gruppo e predispose per me dei turni impossibili. Voleva sfiancarmi e costringermi a mollare.
Preparò direttamente con le sue manine da fata il mio planning turni per i mesi successivi: mi piazzò tutte le domeniche e infrasettimanale doppi turni con pausa pranzo di 4 ore per permettere al sottoscritto di farsi sia lo scarico della mattina delle 6 sia quello della sera delle 20.  
Non mi lamentai, non gli diedi questa gioia.  

LO SCARICO
Ogni giorno arrivavano in negozio due tir di robaccia che noi dovevamo scaricare e smistare per reparti. Era lo “scarico”. Chiusi in una stanza mal areata e buia, gelida in inverno e rovente d’estate si stava un paio di ore a suddividere le robe per il reparto fitness, quelle per il reparto nuoto, quelle per il reparto trekking e così via. Alcune robe erano assolutamente identiche ma l’etichetta cambiava e quindi dovevi stare attento in che cesta le buttavi.
Dal magazzino centrale arrivava tutto alla rinfusa. Tutto era mischiato e spaccato, probabilmente pisciato o sborrato. Ma che cazzo facevano quegli stronzi del magazzino centrale?
Sovente mi pippavo due scarichi al giorno. Ero sempre là e ormai ci avevo preso gusto. Allo scarico erano assegnati gli indesiderabili, quelli che i veri caporeparto volevano far fuori. Io me ne stavo sulle mie, tranquillo, attendevo la chiamata dalla cassa centrale: “Alex ciclismo, allo scarico”. Sporconavo, mollavo quello che stavo facendo e mi attraversavo a passo spedito tutto il negozio fino alla zona scarico. 

Odiavo le bici.  Paolo continuava a ordinare bici su bici solo per il gusto di farmele scaricare. Venti, trenta, biciclette di merda al giorno, robaccia che non avremmo mai venduto. Continuava a fare ordini come un masturbatore compulsivo davanti al suo porno preferito, se ne sparava una dietro l’altra. Prediligeva le Eclipse: bici da donna, nere, brutte come la morte e fatte di ghisa. Pesavano solo Dio sa quanto e quei maledetti del magazzino centrale le infilavano a due a due una sopra l’altra in maniera tale che quando tagliavi le fascetta che le tenevano unite ti cascavano addosso. Fottuti sadici.
Oltre alla marea di bici c’erano caschi, borraccine, pedalini, lucettine, campanellini tutte stronzate che poi avremmo dovuto vendere con la “vendita accessoria”. “Almeno tre accessori a bicicletta” mi disse Paolo, “sono quelle che ci fanno raggiungere l’obiettivo di reparto” mi disse sempre Paolo. Avevo i miei dubbi. 

LA DOMENICA DELLE PALME
Sotto Pasqua, stranamente mi capitò una Domenica libera. Probabilmente Paolo si era scordato di appiopparmela. Appena resosi conto dello sbaglio mi chiamò. Erano le 8 e 32 di mattina. Il negozio aveva aperto da due minuti.
“Alex, c’è gente. Riesci a venire?”
“Sinceramente Paolo pensavo di stare a casa oggi”
“C’è il pienone. Ho chiamato tutti. Ci serve una mano.”
“Quante ore?”
“Otto”
“Straordinario?”
“Va bene”
“Arrivo.”

Dopo averlo mandato al diavolo, mi preparai e volai in negozio.
Non c’era un cane.
Il Paolo aveva chiamato tutta la squadra perché dalle sue tabelle, aveva sempre delle tabelle in mano, si aspettava una giornata full. Sbagliò spudoratamente. 
Alle 12 iniziò il giro per ricacciare a casa i commessi in eccesso. Arrivò a me.
“Alex, visto che non c’ nessuno. Puoi andare a casa.”
“Ormai faccio le mie otto ore, Paolo.”
“Non c’è gente.E’ inutile che stiamo qui in dieci.”
“Non è un problema mio, ormai sono qui. Monto le bici da bambino. Così mi passa la giornata.”
Scacco. 
Mi feci otto ore a montare bici da bambino. Una attività leggera che ti mette a contatto con la parte più profonda del tuo inconscio. A fine giornata ne avevo preparate una cinquantina. Tutte belle messe in fila e pronte per sfrecciare. Guardando la mia opera mi sentii un pò come Babbo Natale, ne fui felice per un attimo, pensai a quanta gioia avrebbero suscitato quelle biciclettine ai bambini che le avessero ricevute in dono, ma poi pensai a quelli stessi bambini tirati sotto da qualche macchina mentre pedalavano allegramente dietro a mamma e papà, ritornai triste. Mi figurai il padre di mezza età, calvo, in leggero sovrappeso con degli orridi sandali, una polo azzurrino tristezza, un osceno marsupio allacciato sotto la pancia cadente e un paio di pantaloncini corti a quadri intento a prendere in mano la situazione. Una tristezza assoluta.
Quel giorno mi feci otto ore di straordinario, restai fino alla chiusura. 
Dopo quel giorno, anche l’odio di Paolo nei miei confronti divenne straordinario. 

LA POLPETTA SUL TAVOLO
Probabilmente finché restai lì gli tolsi il sonno, iniziò a odiarmi con tutto se stesso. Voleva avere la gioia di incularmi, mi teneva d’occhio e non perdeva un solo mio passo. Aspettava come un cane a bordo tavola che una polpetta rotolasse giù per papparsela. Raddoppiai la mia attenzione. 
Lui mi controllava, io sapevo di essere controllato.
Ero l’Hannibal Lecter del negozio. 
Se avessi fatto una mezza scoreggia avrebbe chiamato la polizia, ne sono sicuro. Per qualche tempo filai liscio.

I CLIENTI
La stagione stava prendendo piede è venne decisa una nuova infornata di nuovi assunti stagionali. Ragazzi pescati dalle scuole, universitari, disperati di ogni risma.
Arrivò un veneto di Belluno, uno spilungone che aveva un forte accento. Di natura mi stanno sul cazzo i Veneti ma lui era una eccezione. Si chiamava Maicol.
Sotto la patina da bravo ragazzo dedito al lavoro era un cazzeggiatore seriale.
Paolo lo inquadrò come aveva fatto con me e lo spedì a fare gli scarichi con il sottoscritto, di fatto io e il veneto, per un paio di mesi buoni, abbiamo scaricato e sistemato tutta la roba che c’era in negozio. Uniti dalla pena diventammo amici.
Sistemare la roba in quel dannato negozio era una pena dantesca, una roba che nemmeno il più sadico dei sadici avrebbe potuto orchestrare così bene. Si scaricava la roba dal camion, si smistava ma poi andava portata in reparto e sistemata sugli scaffali. 
Non appena sistemata qualche cliente, figlio di puttana, arrivava a mischiarla nuovamente e tu dovevi ricominciare da capo. Un continuo fare e disfare, una lotta eterna contro, c’era qualcosa di metafisico in tutto ciò, di profondo, ma non lo capii mai. 
I clienti di quel negozio erano il peggio che l’umanità potesse generare: gente marcia fino al midollo, brutta, grassa e sudaticcia. Solo raramente entrava qualche bel pezzo di figa che ci permetteva una lustrata di occhi ma il rapporto era 1 a 1000, giusto per mantenere viva la speranza. Le giornate scorrevano dando assistenza a grassone in leggins, vecchie a un passo dalla putrefazione venute a comprare le ciabatte antiscivolo, bambini iperagitati, mocciolosi e puzzolenti, uomini di mezza età con pance ad un passo dalla esplosione arrivati lì nel disperato tentativo di trovare qualcosa per calare e fermare quello sfacelo fisico.
La clientela era davvero raccapricciante. Disgustosa.

COSì FAN TUTTI
Il solo lato positivo della faccenda era che tutti taccheggiavano.
I clienti, i commessi, i capi reparto, la vicedirettrice da 130 kg, il personale della sicurezza.
Tutti. Alì Baba e i quaranta ladroni. 
Si rubava di tutto, era il sistema. I clienti fottevano robette: vestiti, camere d’aria, brugoline, mutande, guanti, calzini.
I commessi si avventavano su piatti più prelibati. In sei mesi che stetti lì riuscii a rifarmi ex novo la bici, fregai uno zaino da trekking, due paia di scarpe, una decina di tutine da ciclismo, un paio di ciabatte da piscina, due thermos, un pile leggero, due paia di pantaloni, tre costumi, un arco, una canna da pesca e un numero imprecisato di brugole. Ho la casa piena di brugole.
Tutto veniva portato fuori senza problema, nessuno diceva niente, nessuno controllava niente, a nessuno fregava niente.
Più salivi di grado, più potevi arraffare cose grosse. Il direttore avrebbe potuto portarsi via un tapis roulant o persino un commesso in carne ed ossa e nessuno avrebbe detto nulla.
Il momento della resa dei conti era quando si doveva fare l’inventario. Non quadrava mai, le mancanze erano talmente lampanti che era impossibile non accorgersene. 
Ma era un sistema e nessuno diceva nulla. Nemmeno Paolo.  

SALUTI
Me ne andai dopo otto mesi con una uscita teatrale.
Mi feci male giocando a calcetto con degli amici tossici, la mattina seguente avrei avuto il turno delle 6 e pensai bene di mettere in atto una zanzata delle mie.
Mi imbottii ben bene di antidolorifici, avevo la caviglia gonfia come quella di Sora Lella, e mi trascinai al lavoro. Quando fui davanti al negozio non era ancora arrivato nessuno, c’era solo la guardia che ancora mezza assonnata mi fece entrare senza degnarmi di uno sguardo.
Salii negli spogliatoi, mi tolsi la scarpa e la calza e mi sedetti su una panca in attesa.
Appena un responsabile fu in vista zoppicai da lui dicendoli che mentre indossavo quella maledetta pettorina in dotazione ero volato giù dalle scale.
Denunciai l’infortunio. Mi diedero 20 giorni.
Trasferii il domicilio alla casa al lago e ogni giorno provvedevo a comunicare a Paolo il mio dispiacere di non poter rientrare in tempi brevi. Dalle email che mi scrisse capii che era furente. L’ultima email che gli mandai lo avvisava che mi avevano dato altri 15 giorni di malattia, allegai anche una mia foto con la gamba ingessata a bordo piscina.
Non mi rispose e io non rientrai più, nemmeno per salutare.