Storia sconcia prima di andare a dormire.

Per un mese e mezzo ho provato ad intortarla in tutti i modi.
Da quando la vidi, la prima volta, davanti a quel pessimo ristorante messicano, circondata dai suoi amici beoti, lei divenne per me una sorta di chiodo fisso. La preda di un allupato uomo delle caverne che gira tutto il giorno a culo nudo, brandendo una clava. Quando si adocchia una ragazza, scatta qualcosa di animalesco e selvaggio, un istinto di dominio e di possessione.
L’atavico istinto del cacciatore si mise in moto tra una Miguel e l’altra. Per tutta la serata non riuscii a staccarle gli occhi da dosso, assorto tra me e me su quale fosse la strategia migliore per farmi avanti.
Attendo paziente il momento propizio.
Finalmente lei è sola.
Mi avvicino e mi presento.
Questa fase è un lavoro di fino. Richiede attenzione e mestiere, fasi di avvicinamento e fasi di allontanamento. Un alternarsi melodioso tra il bastardo che piace ma che spaventa e il “brao gnaro di una volta” che annoia ma rassicura. Le donne sono solo in apparenza complesse, forse per spaventare gli uomini o semplicemente un errore di progettazione da parte del Grande Capo.
Ogni povero Cristo alle prese con una ragazza è un folle che si inoltra ai limiti dell’universo in ciabatte e canottiera. Campi quantici in continua interazione, buchi neri, supernove, stelle, amiche cesse: un passo falso in questa fase, seppur minimo, ed è il game over.

Me la giocai bene quella sera. Iniziammo a sentirci. Messaggi, squilli. Le prime chiamate. Iniziai ad andare a prenderla fuori da scuola.
La manovra di avvicinamento, orchestrata con la maestria di un grande ammiraglio procedeva ma il nemico evitava lo scontro, eludeva le mie manovre sfuggente come un polpo. 
Il bacio tardava ad arrivare.

Un mese e mezzo di manovra di accerchiamento, Ars bellica allo stato puro ma la lei non si sbottonava (in tutti i sensi).
Il desiderio andava nel frattempo via via crescendo. La voglia di andare oltre i casti baci mi stava portando inesorabilmente sull’orlo di un colpo apoplettico. Sarei morto, senza aver assaporato la dolce prelibatezza della divin fanciulla. La maledetta era più casta di una monaca medioevale, i suoi genitori, ferventi cattolici, avevano fatto proprio un ottimo lavoro ad instillarle una paura dannata per il sesso e per tutto ciò che era carnale. Ai loro occhi io ero il predone, il vichingo, arrivano dal mare e che dopo aver dato fuoco alla chiesa del villaggio, sbudellato il sacerdote come una trota e fatto incetta di mele e carne secca se ne andava con in spalla l’unica figliola di una miserabile coppia di contadini galli. Io ero, in altre parole, il Male.

Le settimane passavano con noi due abbracciati e con me impegnato a riversarle nelle orecchie parole dolci come miele. Fiori, filosofi, citazioni di scrittori morti da chissà quando, lettere, un turbinio di cagate per spingerla ad andare oltre i baci. Un pompino! Uno stramaledetto pompino. Non chiedevo altro!
Una sera presi la situazione di petto, stavo entrando ormai nella fase nella quale avrei iniziato a ovulare se non mi fossi mosso a dare sfogo ai miei istinti carnali. Le parlai papale papale, volevo capire dove fosse il problema.
Dopo oltre due ore di tira e molla venni a sapere che le sue ritrosie da vergine tardo-medioevale erano derivate dalla paura di essere vista da qualcuno.
La rassicurai. Mi vendetti come un venditore di auto usate a fine mese.
Ci avrei pensato io… ci saremmo appartati in un posto sicuro. Lontano da occhi indiscreti.
Dopo alcune esitazioni, accettò. 

L’indomani iniziarono, mentre lei era a scuola, i giri solitari di perlustrazione per trovare un posto adatto.
Vagai una mattina e un pomeriggio per trovare un luogo abbastanza appartato la nostra prima volta.
Ne trovai un paio che rispettavano le richieste pattuite.

Le comunicai che avevo trovato il posto. Il posto perfetto.
Mi risposte con un “ok” facendomi intendere che era pronta. 
Credetti di scoppiare.
Il cuore mi saltò due o forse tre battiti.

La sera finalmente arrivò e io ero sotto casa sua già trentacinque minuti prima dell’ora fissata per il nostro appuntamento.
Lavato e profumato. Impeccabile nelle parti intime.
Alle 21 in punto lei uscì di casa.
La guardai aprire l’uscio di casa e raggiungere il cancellino.
Salì in macchina.
Partimmo.

Pioveva ed era già scuro: l’abbinata perfetta. Non un solo cristiano girava per strada.
Andai diretto verso la periferia, alla tempia una goccia di sudore. Svoltai a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a sinistra e nuovamente a destra.
Piena zona industriale. Avanti per 5 o 6 km, doppia rotonda e via verso una strada secondaria in mezzo ai campi.
La pioggia si fece più intensa.
Giungemmo alla fine della strada, in una zona completamente isolata, lontana da occhi indiscreti. Solo io, lei e la mia voglia che avrebbe dato fuoco ai sedili della macchina che non avesse trovato al più presto una valvola di sfogo.
Il posto era una sorta di cava o forse un cantiere. Sperai con tutto me stesso di non impantanarmi con la macchina in qualche trappola di fango.
Arrestai la macchina, spensi i fanali e il motore.
Il buio ci avvolse.
Chiusi le portiere per sicurezza.
Eravamo soli come un beduino e il suo fido cammello nel deserto.
Lei si rilassò, mi chiese di accendere la luce della macchina.
Obbedii. Mi avrebbe potuto chiedere di rapire mia nonna e io lo avrei fatto senza esitare.
Non disse nulla, non parlò. La sua mano si fiondò sulla patta dei pantaloni, una mossa istintiva, primordiale, scritta nel dna del suo balordo genere.
Ravanò con coscienziosa esperienza e presto Mr. Dick risposte alle sollecitazioni, me lo tirò fuori con una tale abilità da lasciarmi stupito. Persino io, che lo maneggio tutti i giorni, non ho una tale abilità
Lo stringe nella mano smaltata di nero, bianca, magra.
Lo stringe come un trofeo. Il fallo! Il recondito sogno freudiano di ogni donna. . Ormai è suo.

Penso alla stupidità di tutta questa faccenda chiamata Vita: da una parte gli uomini che fanno carriera, comprano orologi costosi, spider di seconda mano solo per poter infilare un salsicciotto tra le cosce di una donna, mentre la controparte intraprende una crociata contro i segni del tempo fatta di creme anti-età, yoga e tisane antiossidanti, una battaglia crudele e spietata per essere emancipate rispetto agli uomini, per dimostrarsi migliori a scuola, sul lavoro e tutto il resto. Una guerra a suon di master e corsi di perfezionamento, di ripicche e di intransigenza sul lavoro per poi andare a buttare tutto alle ortiche e gemere sudate mentre un meccanico che a stento ha preso la terza media le sbatte con un contorno di appellativi degni del peggior scaricatore di porto.
C’è qualcosa di affascinante in tutto questo.

Ma oltre divagare con la mente non posso far molto altro. La lascio fare.
Gli spazi sono angusti, la temperatura si alza. Per stare un pò più comodi abbasso lo schienale del mio sedile e quasi mi sdraio.
In un attimo lei si avventa come un falco su una rana: rapida, implacabile, fatale.
Inizia un lavorio di bocca, un ritmo costante e implacabile.
Sono in balia di questa chioma di capelli che mi copre la visuale. La sua testa prende ad andare su e giù. Queste sono robe innate, non si imparano, non si insegnano.
Mi godo lo spettacolo mentre le mie capacità cognitive regrediscono fino a quelle di una triglia in padella.
Il Pathos, l’Eros.
Io, lei e la storia del mondo.
Epoche, DNA, stelle cadenti e pastori giudei. Vascelli, Indios dal culo nudo e arrossato. Napoleone congelato in Russia. Le calze color carne di mia nonna, mio padre che russa. Il caminetto accesso la vigilia di Natale. Il profe di economia con il suo baffo biondo, il matto del paese che bestemmia in Chiesa il giorno di San Cataldo.
Immagini di vita e di morte, sogni e visioni.
Fuoco e ghiaccio. Eternit e calcestruzzo.
Non capisco più nulla e non mi interessa capire più nulla.
Le domande si placano.
Il tempo non esiste più.
Lei inarrestabile come una divisone di panzer nella campagna polacca, come l’onda energetica di Goku contro Freezer, come un pugno di Cassius Clay.

Continua. 

Su e giù.
Su e giù. 

La sua lingua sta danzando!
E’ uno spettacolo della natura, un Big Bang in miniatura dentro l’abitacolo di una Fiat Punto del 2001.
Penso al Titanic che affonda.
Anche io sono ormai alla deriva di questo Oceano spaventoso che mi sta sommergendo, che mi sta portando sul fondo. Lei ha perso ogni inibizione, ogni freno.
E’ in una sorta di catalessi di succhi e risucchi.
Uno sciamano che canta, balla e si tira l’uccello davanti a tutta la tribù, sotto il cielo stellato d’Africa.

L’intensità sta aumentando quando sento un rumore dietro alla macchina.
Mr. Dick allertato perde un pò di vigore ma lei legge questo segnale, lo percepisce e le succhiate diventano ancora più selvagge e fameliche. 
Mr Dick è un povero calippo alla coca-cola in mano ad un bambino obeso e sudato la settimana di Ferragosto.
Mi guardo attorno pronto a veder sbucare dall’oscurità tre zingari che ci avrebbero rapinato, se ci fosse andata bene; rapinato e violentato, se ci fosse andata male; rapinato, violentato e sbudellato il sottoscritto come un merluzzo se mi fosse andata proprio di merda.
Farmi fare il culo da tre maledetti zingari non era proprio quello che avevo in mente.
Ma lei continua a succhiare, imperterrita, incurante del pericolo mortale che stavamo correndo, per lei tutto ciò che contava, tutto il suo mondo erano quei 17 cm scarsi di cazzo che teneva in bocca.

Attendo.
Nessuno sbuca dalla oscurità, ma il rumore si fa sempre più vicino.
Poi lo vedo… Un dannatissimo treno passeggeri che si ferma a non più di dieci metri da noi.
Uno treno lunghissimo che taglia l’oscurità con la luce al neon che viene dai finestrini. Dietro ai vetri …Volti. Volti che guardano.
Facce di guardoni incollate ai vetri. Venti, trenta forse cinquanta.

Li guardo. Mi guardano.
Lei continua a succhiare, inconsapevole che stiamo dando spettacolo.
Vorrei brindare a loro con una birra, fargli un gesto di saluto ma riesco solo a fare un pietoso “ok”, un misero pollice alzato mentre lei cambia marcia e con due ultimi affondi ben assestati mi mette completamente k.o. 

Il treno riparte verso chissà dove. Le facce se ne vanno. Il buio ritorna.

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Kevin M.
1 anno fa

Racconto divertente, scritto divinamente. Letto tutto d’un fiato. Complimenti!