Le poesie sahrawi hassani sono mappe di viaggio

Pace accogliente, lontana dallo squallore inesausto del traffico metropolitano. Su più piani, tappeti rossi lungo le scale, fontane e palme slanciate, al centro della struttura.

E quel mandala, un murale enorme, all’ingresso. 

Mentre ero in Marocco sono stata alla Biblioteca Nazionale di Rabat, la capitale.

Biblioteca Nazionale del Regno del Marocco. Avenue Ibn Khaldoun, 26 luglio 2018.

Libri, i più disparati, tanti, ma non tutti.

In Marocco la censura dei dissidenti politici è talmente forte che per reato di opinione, quindi oltraggio alla corona, rischi di finire in gattabuia, per almeno cinque anni. Mettiamo che ti viene voglia di partecipare ad una manifestazione di piazza con gente che è mal vista, e sei a posto per tutta la vita. Molte persone sono morte nel silenzio dopo estenuanti processi in sconosciuti tribunali militari, senza nessuna garanzia di tutela, per molto meno.

Dando un’occhiata alle etichette con cui erano classificati i corridoi della biblioteca, ripensavo ai dissidenti politici, ai giornalisti marocchini che vivono tutt’ora all’estero e che non potranno mai fare ritorno.

Sciopero degli insegnanti; Rabat Ville, Avenue Mohammed V. 30 agosto 2018.

Tra gli scaffali con me nel reparto humanities, in quella biblioteca un signore di colore, sulla cinquantina. Aveva scritto molti libri di pedagogia, era un insegnante senegalese.

Cercammo i suoi libri nel database della biblioteca perché non ne vedeva, sugli scaffali. Voleva capire se e quali dei suoi libri pubblicati fossero effettivamente disponibili per un prestito. Dell’insegnante ho trovato solo due copie apparentemente uguali, su sei testi.

L’editore aveva aggiornato un libro senza il consenso dell’autore.

L’insegnante ne apprese la notizia con amarezza. Io iniziai a guardare con altri occhi gli studenti composti attorno a me, in quella che doveva essere semplicemente una biblioteca, ma stranamente iniziò a darmi altre vibrazioni. Probabilmente un calo di pressione, pensai. Me ne capitavano spesso, camminavo molti km al giorno e non avevo mai con me dell’acqua.

Verso l’uscita, oltre gli armadietti in cui ognuno ripone gli oggetti personali, proprio mentre stavo per mettermi lo zaino sulle spalle per andarmene, incrociai nuovamente l’insegnante e questi mi chiese per quale motivo io fossi lì.

Parlai brevemente del tirocinio per l’università, al tempo stavo scrivendo la tesi. Studiavo Cooperazione Internazionale. Un corso di laurea specialistica della facoltà di giurisprudenza. Col sorriso, ricordai la mia professoressa di antropologia e politiche educative.

La malinconia mi prese il petto. Paola Gandolfi mi aveva spinta a partire, con molto entusiasmo, subito dopo l’esame. Ricordo quella partita a calcetto, nel bar sull’altro lato della strada, davanti all’università. Era stata la gratificazione che augurerei anche al mio peggior nemico.

A Paola non basta entrare in classe con un vaso di narcisi il primo giorno di lezione e snocciolare erbe aromatiche mentre parli di quello che sai, alla classe in attesa dell’orale. Lei ha bisogno che la bellezza si respiri a priori; agendo nella collettività secondo lei impariamo a metterci in gioco.

Quindi gli esami diventano altre lezioni.

Anche se si è sempre tutti un po’ imbarazzati, all’inizio, quando poi si tratta di Arte e Diritti Umani, ognuno porta la propria prospettiva, anche rispetto ad una fitta bibliografia di testi apparentemente in disaccordo. Che c’entravano le fotografie delle proteste coi documentari? E poi che significa oggi il testo di una canzone, perché cantarla in quella lingua invece di un’altra, con quali strumenti e soprattutto su quali palchi.

Paola aveva trasformato con fermezza il mio iniziale desiderio di fare ricerca al Day Hospital di Tunisi, il Charles Nicolle. Al tempo ero invasata di Fanon. Non mi ci vedeva in Tunisia, tra i medici di un reparto psichiatrico. Uno sberlone morale non indifferente, quando mi disse:

Ma tu con che strumenti pensi di poterti interfacciare ad una struttura ospedaliera? E poi che c’entra Fanon? Sai quanti anni sono passati? Dai, cerca di ridimensionare adesso, rientra in te stessa.

Voleva che andassi in Marocco. All’inizio mi ha proposto di seguire un chitarrista che faceva anche teatro di strada. Poi invece, un po’ meno sicura, mi ha proposto di affiancare Rachid Kasmi, insegnante di cinema, regista e produttore semi-indipendente.

Quando scoprii che Kasmi aveva prodotto una serie per Aljazeera affrontando la tematica della radicalizzazione giovanile nel suo Paese, non ebbi alcun dubbio. E dopo aver visto Cabine Paradiso, con la colonna sonora di un noto compositore di musica ambient, Anouar Brahim, mi decisi. Film ormai vecchiotto, ma mi appassionai tanto. Mi si illuminarono gli occhi perché era quello che mancava alla socio-antropologia contemporanea: interviste in profondità, narrazione dal basso e decostruzione degli stereotipi.

L’insegnante senegalese mi disse che aveva collaborato con Paola. Ricordava benissimo Bergamo, sorrise ed io ero incredula. Mi parlò della nostra università e di quel seminario di pedagogia.

A volte mi domando quante probabilità abbiamo di seguire e dare un senso al caso. Mi domando spesso cosa sarebbe l’umanità se non esistessero le emozioni.

Provate ad immaginare cosa significhi tornare a cercare dei libri, senza sapere poi quali, a fine luglio.

Nell’unica biblioteca non affollata della capitale, l’ultimo giorno in cui questa è aperta, prima delle vacanze estive, dopo un incontro effettivamente sconvolgente. 

Torno direttamente al corridoio che accorpa libri di critica e storia d’arte, fotografia, ed immediatamente ritrovo quello che mi serve. Non lo so, forse prendere coraggio significa accettare le sfide del caso.

A naso afferro quello che deve essere preso e non può essere altrimenti.

Mando in stampa Hassan Rachik, Un secolo di Antropologia in Marocco, 2016, in francese, redatto solo l’anno scorso anche in arabo.

Poi mi siedo un attimo ad accarezzare un librone enorme e liscio. 

Moglie del poeta En-Naji con ardin, arpa maura.

Fotografie nel deserto che mai avrei immaginato, con qualche descrizione fitta. Poi un volume di musica. L’autore parlava in maniera fiera ed altisonante della cultura sahrawi hassani e del suo retaggio berberofono amazigh.

Non mi ha mai affascinato molto a dire il vero quella che un tempo vedevo come chincaglieria misteriosa. Ad un tratto però ricordo la necessità di andare a fondo su uno degli strumenti che vedo e che è una zucca africana, con delle corde. Si chiama ardin, ed è un’arpa, la suonano le donne, è diffusa anche tra i tuareg. Ogni donna la deve costruire con le proprie mani, cercando il suono che meglio si adatti alla voce, perché poi con questo strumento insegna alla figlia. Ogni ardin produce armonie che si adattano soltanto alla voce di una donna, di una madre.

Ma allora anche il deserto del Sahara è marocchino?

Sahara significa fulvo, rossastro. Il deserto del Sahara copre buona parte del Nordafrica. Le popolazioni sahrawi, scoprii più tardi, hanno una storia abbastanza complessa e si intreccia, è vero, con la storia della costruizione nazionale marocchina, così come con quella maura ed algerina.

I sahrawi erano nomadi come i tuareg ma organizzati diversamente. Allevatori di cammelli e dromedari, nei resoconti storici passati in rassegna vedo che sono divisi in caste semirigide. Hanno un impero e questo è diviso per affiliazioni politiche, si dotano presto di un consiglio di anziani, una sorta di piccolo parlamento. Questo ancora prima dell’arrivo dell’Islam, ma con le confraternite religiose tale sistema si fortifica.

Le tribù sahrawi durante le guerre di liberazione nazionale del Nordafrica sono ancora sostanzialmente due, una resta nell’entroterra, l’altra si stanzia lungo la costa.

Tengono sotto controllo un territorio che si estende dall’Algeria alla Mauritania, passando per le oasi del sud del Marocco che aprono la via ai grandi fiumi.

Durante l’ultima grave siccità che ha colpito il Sahara agli inizi del Novecento una delle due tribù inizia a pescare e si dedica alla raccolta delle alghe, pratica che inizia a diffondersi anche nel sud della Spagna, in Grecia e Irlanda a fine a Ottocento. Il colonialismo spagnolo imporrà ai sahrawi la lavorazione delle alghe durante la guerra civile spagnola, per la produzione di bromo e iodio.

Davanti alle Canarie l’industria della pesca intensiva e la produzione di addensanti ottenuti dall’agar.

Scorrendo velocemente altri libri costosi e nuovi di zecca, in biblioteca leggevo di musicisti, direttori d’orchestra, compositori di Rabat. Questi si prodigavano nella narrazione orgogliosa di una poliedrica cultura musicale marocchina che includeva i componimenti poetici, l’arte dei cantori griot di derivazione centro africana e le danze di guerra.

Tutti in Marocco conoscono lo stile gnawa che richiama le catene degli schiavi, ma nessuno conosce i componimenti poetici cantati dei sahrawi. Come mai, mi chiedo?

Venditore di succo d’arancia con un amico che suona karkaba. Siamo fuori dalle mura di Rabat e tutte le bancarelle sono di provenienza subsahariana, a parte questa e poche altre.

Durante la mia breve permanenza nella capitale marocchina, per la tesi ho poi intervistato musicisti, un direttore d’orchestra, attori e registi, intellettuali che orbitavano attorno a Rachid Kasmi, il quale si è prestato a questo gioco, non senza delle resistenze. Ho poi però ascoltato cosa avessero da dire anche molti attivisti internazionali di ONG con sede in città, e quasi tutte le persone che ho conosciuto durante la mia permanenza in qualche modo hanno partecipato alla mia ricerca a loro insaputa.

Ho messo a confronto dati, archivi, idee, immaginari, pregiudizi e manomissioni della storia.

Se nessuno mai aveva conosciuto un sahrawi in carne ed ossa, come mai ognuno dei miei conoscenti aveva storie leggendarie e mitologiche che celavano un certo timore, anche un certo rispetto, del popolo sahrawi? Mi sono segnata tutto: da come reagivano le persone alle mie domande, ai luoghi in cui queste rilasciavano le interviste. Il rapporto che avevano i miei intervistati con i luoghi e le persone circostanti durante le nostre chiacchierate era per me estremamente adrenalinico. La paura del ricatto sociale quando si accennano alcuni discorsi che non si possono e non si devono fare in luoghi pubblici è stata parte del mio diario di viaggio, ma ha assunto delle forme a dir poco oscure, una volta tornata a casa. Sono stata tallonata, qualcuno ha cercato di depistare la ricerca, ma gli ostacoli sono parte integrante del percorso. Non importa se poi la tesi diventa un giallo fitto di note e la tesi è tutta nelle note.

Cantare poesie per i sahrawi significava e significa tutt’ora contestare il potere oppressivo.

Oggi i sahrawi sono apolidi. Qualcuno è fuggito, qualcuno è rimasto nel deserto, ma non può fare ritorno verso la costa. Molte famiglie vivono in campi profughi nel sud dell’Algeria a causa di una guerra col Marocco che ha costretto le comunità dissidenti ad adattarsi. All’indigenza, all’umiliazione, al mancanto accesso all’acqua, alle cure sanitarie, all’istruzione superiore.

La cantante sahrawi oggi più famosa si chiama Aziza Brahim. Nata nel campo profughi di Smara, è stata poi istruita a Cuba, come molti suoi coetanei. Ed è espatriata ancora, per poter continuare a cantare. Non suona l’ardin, l’arpa, ma il tamburo, altro strumento consentito alle donne mentre l’uomo danza, nella cultura maura. E narra come un griot, racconta della sofferenza del suo popolo, parla degli attacchi a fuoco subiti dalle tende degli sfollati che avanzando piano piano, hanno reclamato il ritorno, dopo l’occupazione marocchina. Aziza canta della diaspora e dei dissidenti che muoiono nelle carceri marocchine. Molti altri componimenti contemporanei mettono a confronto i luoghi d’origine coi luoghi d’esilio.

Ad oggi chi non ha diritto a visite mediche non ha diritto a visite dei parenti, figuriamoci la visita di un avvocato. Negli ultimi anni sono state rinvenute le fosse comuni lungo il muro che per 2700 km divide il Marocco dall’Algeria, perché sono ripresi gli scavi archeologici nel deserto. Tali ricerche sono state volute e promosse appunto da reti di associazioni di solidarietà transnazionale che hanno dato un peso specifico ai luoghi menzionati in alcune poesie.

Molte delle famiglie sono a metà, c’è chi ha perso un parente, chi ha perso un arto e chi invece sta ancora aspettando. I campi profughi si costruiscono ad esagono e al centro vi è sempre la scuola. Da lì parte tutto il resto.

Un territorio disseminato di mine impedisce ai profughi di fare ritorno verso la costa. Un confine estremo, niente transumanza per il bestiame. Un controllo ulteriore sulla migrazione subsahariana.

Durante il tirocinio ho curato i sottotitoli e alcune pratiche burocratiche che servivano per le candidature ai film festival internazionali, per il lungometraggio girato dall’equipe di Kasmi nella stagione precedente, Echoes of Sahara.

La storia parla di Said, espatriato a Budapest, torna a Guelmim con la band, valica la porta del Sahara marocchino dove ci sono le dune di sabbia che scendono verso l’oceano. Lì cerca e trova nuova ispirazione, giunto al suo sesto album Said suona anche con poeti cantori sahrawi che hanno accettato l’occupazione militare marocchina.

Chiaramente Rachid Kasmi non menziona direttamente alcun dettaglio, nessuna contraddizione. La quantità di bandiere della corona è assillante. Si sente forte e chiaro attraverso le immagini, perché le bandiere rosse sventolano persino sulle rotatorie delle strade.

Tra gli intervistati vi erano dei pensatori che preferivano parlare della questione palestinese perché era meno compromettente. Si dava per scontato qualcosa che io non ho ancora del tutto compreso, a dire il vero. Alcuni reclamavano una certa appartenenza al Sahara ma non perché questo è il mare delle navi del deserto. Dal punto di vista politico il Grande Marocco è il regno di un re e del suo sogno nazionalista. Oggi è mascherato di culturalismo ed ambisce a riunire i territori sottratti a fatica alla maglia del colonialismo, puntando l’attenzione sulla diversità culturale vi è unità dei popoli ma si creano autostrade di accesso privilegiato ai servizi per categorie di cittadini. La diseguaglianza sociale non è meno marcata.

Pensate che la transumanza dei dromedari collegava il porto di Algeri e di Tunisi al fiume Senegal. Manie di grandezza, diranno alcuni. La mappa della tratta degli esseri umani è la stessa mappa della tratta degli schiavi di fine Ottocento e gli sbocchi sono ancora due: uno si affaccia alle Canarie, l’altro prosegue ora in Libia.

A quanto pare il sincretismo musicale è l’unico lato positivo di tutta questa storia.

Il film di cui parlavo è andato in onda sulla rete nazionale nel novembre scorso sul canale 2M, la Rai, in salsa marocchina.

Dei miei intervistati in molti hanno poi guardato il film e probabilmente hanno visto quel Marocco che ancora li fa sognare e che nulla ha a che vedere con le griot sahrawi e le loro arpe, coi campi profughi, gli esiliati, i dissidenti politici in carcere e gli attivisti sahrawi per i diritti umani. Però tutti battono le mani.

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