Ernest Hemingway sul mestiere dello scrittore

Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare

Ernest Hemingway

Nel 1954, pochi mesi prima che gli venisse consegnato il Nobel, alla classica domanda “cosa consigli ad un aspirante scrittore?”, Hemingway rispose: “Diciamo pure uscire di casa e impiccarsi, perché scrivere bene è quasi impossibile. Poi, se qualcuno lo stacca dalla corda, allora, per tutta la vita, il poveretto dovrebbe costringersi a scrivere al meglio. Ma almeno avrà la storia dell’impiccagione con cui cominciare”.

Hemingway mette subito in chiaro le cose: quello dello scrittore è un lavoraccio. Ed è raro che un autore dica con tanta chiarezza ed onestà qualcosa riguardo al suo mestiere, in un mondo dove sono state scritte tante pagine, che sono poi state sommerse da chiacchiere retoriche, inesattezze e consigli di dubbia validità circa la maniera con cui scriverle. Hemingway sosteneva che scrivere è quasi impossibile, così difficile da rendere inutile e superfluo ogni spiegazione a riguardo.

Hemingway infatti si atteneva ad uno scrupoloso programma che si era autoimposto. Iniziava a scrivere ogni mattina, quando il cielo iniziava ad albeggiare. Scriveva in una stanza stracolma di libri e cianfrusaglie, in quello che si potrebbe definire un disordine perfettamente equilibrato e significativo. Batteva i tasti della macchina da scrivere stando in piedi, limitandosi a spostare il peso da una gamba all’altra. Questo fino a mezzogiorno circa. Poi annotava i suoi progressi su un cartellone appeso alla parete: riteneva una giornata produttiva quando le parole scritte si aggiravano tra le 400 e le 500; scrivere di meno era imperdonabile, scrivere di più superfluo. Se il risultato lo soddisfaceva, si concedeva un pomeriggio di svago, magari per andare a pesca o a caccia.

Il vecchio e il mare avrebbe potuto esser lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare gli abitanti del villaggio, spiegare come sbarcano il lunario, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è un’operazione che altri scrittori sanno fare in modo eccellente e quando si scrive il limite è sempre quello che già è stato fatto in maniera esauriente. Così ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto eliminare tutte le parti superflue e trasmettere al lettore un’esperienza che potesse entrare a far parte della sua, come quelle reali. È un’impresa difficilissima, e ho dovuto lavorare sodo

Essenzialità era la parola d’ordine, eccedere era proibito. La sua prosa infatti è semplicissima, caratterizzata da frasi brevi e serrate. Le descrizioni retoriche e prolisse lasciano spazio a dialoghi ricchi e brillanti. Hemingway lascia i pareri soggettivi, l’introspezione, le descrizioni emotive agli altri autori; lui vuole che i suoi lettori vedano i fatti, le cose e le situazioni per come sono, nulla di più. Il narratore si limita quasi a fare il cronista, a narrare i fatti con un oggettività inviolabile, ignorando i pensieri dei personaggi e le loro intenzioni ed evitando ogni avverbio o aggettivo che lasci intendere una personale interpretazione sull’accaduto. I suoi personaggi si rivelano e prendono forma nei dialoghi, nelle azioni reali, nelle pause ricche di tensione emotiva, nel non-detto significante. Ecco, sul non-detto vale la pena di spendere qualche parola di più, facendo appello alla celeberrima teoria dell’iceberg:

Io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg. I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno.

Perciò una scrittura ben definita e concisa, ma costruita su fondamenta solide. Come un albero che affonda le sue solidi radici in un terreno rigoglioso, quel terreno che poi è l’esperienza e la vita stessa.
Proprio il rapporto tra letteratura e vita è fondamentale. La scrittura deve attingere dall’esperienza di tutti i giorni, e lo scrittore deve narrare di ciò che ha vissuto e conosciuto sulla propria pelle, come se il suo bagaglio di vita fosse la sua tavolozza. La verità è l’ingrediente fondamentale, e ciò che permette all’autore di omettere dettagli e descrizioni. Ma attenzione: “Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto”. È perciò necessario affiancare all’attività artistica una vita intensa e ricca: una concezione di questo mestiere che non si limita soltanto alle ore mattutine, ma che diventa totalizzante ed avvolge l’intera vita della persona interessata.

Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere, smussi e ottundi lo strumento con cui scrivi. Ma io preferisco averlo storto e spuntato, e sapere che ho dovuto affilarlo di nuovo sulla mola e ridargli la forma a martellate e renderlo tagliente con la pietra, e sapere che avevo qualcosa da scrivere, piuttosto che averlo lucido e splendente e non avere niente da dire, o lustro e ben oliato nel ripostiglio, ma in disuso.

E sul rapporto tra arte e amore? Hemingway, durante un’ intervista, dopo aver rimproverato il suo intervistatore per i suoi quesiti banali, alla domanda: “Una volta ha detto che lei riesce a scrivere bene solo quando è innamorato. Può spiegare meglio questa sua teoria?”, rispose: “Ehi, che domanda! Comunque dieci e lode per averci provato”. Poi ammise che si scrive meglio quando si è innamorati, ma preferì non scendere nei particolari.