Cecità di Saramago (e il Coronavirus)

Le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.

Leggere Cecità di José Saramago durante lo stillicidio delle giornate di quarantena può rivelarsi un’esperienza tanto surreale quanto rivelatrice. Perché proprio su un’epidemia, e sulla relativa psicosi, Saramago ha costruito una storia angosciante, servendosi di artifizi letterari e narrativi che ben si sposano con il contenuto e svelando un lato brutale dell’umanità che non è mai scomparso del tutto.

Le epidemie, ed il senso di smarrimento ed impotenza che ci infondono, hanno ispirato brillanti autori come Marquez o Camus, senza il bisogno di scomodare Manzoni. Ma quella di Saramago e senza dubbio la più terribile delle epidemie che siano mai state scritte.

José Saramago, Premio Nobel per la letteratura nel 1998

Partiamo dall’inizio. In una certa città non precisata, in un periodo non definito, Saramago immagina un’epidemia di cecità. Ma chi è contagiato non cade nelle tenebre, non è vittima di quell’oscurità che incombe quando due occhi smettono di funzionare. Al contrario i contagiati sembrano venire avvolti da un biancore folgorante, come se fossero cascati in un mare di latte; è il caso di dirlo: un bagliore ‘accecante’.
Così quando il primo uomo diventa inspiegabilmente cieco mentre attende la luce verde del semaforo, tutte le persone che vengono a contatto con lui diventano cieche dopo poco tempo, senza spiegazione.

Blindness, 2008

All’inizio il governo pensa di poter contenere l’epidemia e fermare il contagio internando tutti i ciechi in un ex manicomio, sotto la stretta sorveglianza di uno squadrone dell’esercito. Le regole applicate sono disumane: non verranno fornite cure o medicine, non si interverrà in caso di incendio, non verranno sedate risse o altri tipi di soprusi e per nessun motivo sarà consentito uscire dall’edificio, pena la fucilazione istantanea. Verranno consegnati degli scatoloni di cibo ad intervalli regolari e saranno i ciechi a dover organizzare la loro spartizione.

È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria


Dopo i primi tentativi di instaurare un’organizzazione democratica, il sovrappopolamento, la fame crescente e l’egoismo (che è insito nella natura umana) finiscono per spezzare ogni forma di buon senso e civiltà. I ciechi regrediscono ad uno stato di umanità primitiva e bestiale, dove l’unica legge in grado di rimanere in piedi è quella del più forte. E mentre il sesso diventa una moneta di scambio e la violenza sembra l’unico mezzo per giungere alla liberazione, una donna sembra essere immune alla cecità dilagante, al “mal bianco”, diventando un punto di riferimento, una guida per la sopravvivenza collettiva.

Cecità è un romanzo cinico, brutale, in grado di svelare quel nostro lato becero che non siamo mai riusciti ad eliminare, ma che abbiamo soltanto celato con astuzia. E se è vero che nel finale si intravede uno spiraglio di positività, questo non basta ad annullare il pessimismo destabilizzante in cui l’opera affonda le sue radici.

Gli artifizi letterari e narrativi sono geniali e le metafore che emergono rivelatrici, oggi più che mai. Permettetemi un gioco di parole: Cecità è un romanzo che espande la vista.

Preferisco che il libro sia popolato da ombre di ombre, che il lettore non sappia mai chi sia, a di entrare, di fatto, nel mondo degli altri, di quelli che non conosciamo, tutti noi.

Josè Saramago

Una caratteristica che colpisce subito il lettore è la totale assenza di nomi. Troviamo il primo contagiato, il medico, la moglie del medico, il bimbo che vuole la mamma… Ma nessun personaggio possiede un nome, un identità ben definita. Questo permette al lettore di penetrare maggiormente in quel mondo distopico, come se fosse cieco anch’esso e perciò non conoscendo nessun personaggio fino in fondo.
Di primo acchito sembra una scelta curiosa ed originale, nulla di più di un artifizio letterario come tanti altri. Eppure in questi giorni assume una validità quasi profetica. Al telegiornale sentiamo infatti parlare del paziente zero, del primario del tale ospedale, della moglie del paziente uno, del corridore, del tal numero di vittime del tal giorno. I nomi sono spogliati della loro importanza.

La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.

Le somiglianze con la realtà attuale sono numerosissime e spaventose, con le dovute differenze ovviamente. Perché quando si legge della costante paura dei contagiati di rimanere senza cibo e del loro utilizzo della forza per impadronirsi della razione del compagno, non possono che venirci in mente le immagini delle file chilometriche fuori dai supermercati, degli scaffali svaligiati che vengono trasmesse a ruota dai telegiornali.
Oppure quando vediamo i soldati schernire o guardare con gelida indifferenza i ciechi che tengono centrati nel mirino, ripensiamo a quando, pochi mesi fa, guardavamo la Cina con distacco e “il virus è affar loro, a noi che ci frega?”.
Ad esempio il messaggio del capo del governo ad inizio libro ci suona vagamente famigliare: “Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che assumano anch’essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro responsabilità, pensando anche che l’isolamento in cui ora si trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto di solidarietà verso il resto della comunità nazionale”.

Tuttavia è il caso di dirlo: i cittadini e le autorità stanno dimostrando un senso di umanità encomiabile, per nulla paragonabile a quello ipotizzato dall’autore. Se nel romanzo l’epidemia è sinonimo del fallimento dell’essere umano nella sua capacità di provare empatia, di amare e di sapersi rapportare con generosità e rispetto verso il prossimo, nella realtà dei fatti questi nobili sentimenti sembrano essersi finalmente risvegliati e corroborati. Il Covid non è il Mal Bianco, e per ora non sembra minacciare il nostro senso di civiltà e solidarietà.
Perché la cecità dell’autore è una metafora dell’indifferenza verso le atroci sofferenze che vengono compiute ogni giorno, noi siamo già cechi. E viene da domandarsi se non siamo le bestie descritte da Saramago soltanto perché il Coronavirus non ci spaventa abbastanza.

Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

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