Quella volta che Bukowski sbeffeggiò la morte

Questa è una vita che va oltre le considerazioni mortali e morali. È l’atto finale. È così. E quando il mio scheletro giacerà sul fondo della bara, se ne avrò una, nulla sarà in grado di togliermi queste splendide notti, qui seduto a questa macchina da scrivere

Bukowski, 1968

Quando Bukowski cominciò a scrivere Pulp era consapevole di essere in dirittura d’arrivo. Gli si stava presentando il conto di quella vita debosciata che aveva condotto per tanto tempo, seguito dalla tubercolosi e dalla leucemia fulminante che gli fu fatale. “Non c’è nulla di male”, direbbe lui, “tutti quanti muoiono, capita”. Eppure lui sapeva benissimo che c’è modo e modo per affrontare la morte, che è una questione di stile pure quella, esattamente come lo è la vita.

Così il Bukowski che troviamo nelle sue ultime pagine è maledettamente Bukowski, tirato a lucido e in forma come non mai, pronto alla falcata finale. Tant’è che affiora un’ombra di sorriso sulle labbra quando si realizza che Charles riserva alla morte lo stesso trattamento che ha sempre riservato alla vita, sconfiggendola con il suo umorismo da taverna e sbeffeggiandola con il suo sarcasmo tagliente.
Perché il vecchio Hank descrive la signora Morte con le stesse parole che utilizzerebbe per descrivere una delle tante donne eccentriche che l’hanno tormentato per tutta la vita:

Entrò. Ora, voglio dire, era sleale. Il vestito le era così stretto che le cuciture scoppiavano. Troppe cioccolate al malto. E portava tacchi così alti da sembrare trampoli. Camminava come una storpia ubriaca, barcollava per la stanza. Gloriosa vertigine di carni.

Pulp, Bukowski

E come poteva affrontare la morte se non gettando un’occhiata fugace in mezzo alle sue lunghissime gambe? Gli sono sempre piaciute le gambe, a Bukowski, e quelle della signora Morte sono un paio di belle gambe come tante altre.
C’era da aspettarselo: Bukowski accetta la sfida della morte, costretto come qualsiasi altro essere umano, ma lo fa alla sua maniera, picchiando i tasti della sua macchina da scrivere ossessivamente, con violenza. Io me lo immagino così, con una sigaretta in bocca e un bicchiere di vino rosso, che scrive a macchina con un sorriso beffardo, sapendo di aver conservato le sue migliori carte proprio per la partita più importante.

Per quanto riguarda la morte, io sono pronto, la affronterò a modo mio, così come ho cercato di vivere la mia vita

Il sole bacia i belli, Bukowski

Altra caratteristica insolita (e ricca di significato) di Pulp va ricercata nella scelta del nome del protagonista. Non Henry ‘Hank’ Chinaski. Il famoso alter ego dello scrittore questa volta lascia spazio a Nicky Belane, l’investigatore più dritto di Los Angeles, un duro consumato in pieno stile Bukowskiano. A qualcuno potrebbe sembrare una scelta dettata dalla codardia: Henry Chinaski si ritira proprio sul più bello, rinuncia alla cavalcata finale. Non è così. Questo non è altro che un artifizio, uno stratagemma: Belane potrà perfino morire, passatemi l’espressione “essere sacrificato”, ma quello che conta è che Henry Chinaski vivrà per sempre.

Eppure c’era qualcosa nella morte che terrorizzava. Non la morte in sé, quella l’ha punzecchiata e provocata per una vita intera, come il torero che sventaglia il drappo rosso sul muso del toro. Basti ricordare quella volta che uscito dall’ospedale – gli avevano detto di non bere mai più un solo bicchiere o sarebbe morto – e il primo posto dove è andato è stato un bar e si è bevuto una birra, anzi due. E poi, come lui ha ripetuto tante volte, c’è molto di più spaventoso nella vita di tutti i giorni che nella morte, e lui la vita l’ha subita, valicata, penetrata e perfino domata.

Ho paura della morte? Chi, io? Diavolo, no! Ci sono andato molto vicino un paio di volte, non ho paura. Quando ci sei così vicino ti senti anche bene.

Il sole bacia i belli, Bukowski

Quello che lo spaventava era il presentimento di non riuscire a buttare giù tutte le parole che si portava dentro. Più il giorno fatale si avvicinava, più avvertiva il febbrile bisogno di scrivere. Lo si percepisce da certe immagini molto evocative da lui scritte in Pulp, come “Gli avvoltoi volteggiavano in cerchio. Il sole sanguinava. Dovevo fare una mossa, ora o mai più”. Il tempo che sfugge, questo è il dramma, e l’urgenza dello scrivere viene di conseguenza.
La ricerca costante e febbrile della parola perfetta, con il fiato della morte sul collo e la consapevolezza che tutto ciò che aveva scritto in precedenza non conta nulla, trangugiando una bottiglia intera in 15 minuti – doveva per forza, sennò diventava calda subito – e riaccendendo mozziconi di sigaretta, mentre la moglie al piano di sotto si domandava se fosse diventato pazzo o se fosse solamente ancora ubriaco. Tutto questo, per poi scrivere sul frontespizio del suo ultimo libro: “Dedicato alla cattiva scrittura“.
Questo è stile.

Quello che conta è l’ultima frase. Se non posso scriverla allora sono morto.

Quello che ci rassicura è che Bukowski la sua partita l’ha giocata bene. Ha lasciato in ordine i suoi manoscritti e ha dato precise istruzioni sull’ordine in cui pubblicarli dopo la sua morte. Negli stati uniti ciò si è verificato con diligenza.
Sulla sua lapide, come lui aveva indicato, è stato inciso: “DON’T TRY”, non provarci. La spiegazione la troviamo in una lettera del 1963, ed è Bukowski stesso a darcela:

Qualcuno in uno di questi posti… mi chiese: “Cosa fai? Come scrivi, come crei?” Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l’immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.

Leggere e sfogliare le pagine dei libri di Bukowski fa rivivere il suo grande mito e rinnova la sua vittoria.
Bukowski, l’ubriacone, il vecchio sporcaccione, gambe da elefante, il barbone, sta ancora ridendo da qualche parte, ne sono certo. Ed è una risata bellissima.

Ti ho dato tante di quelle occasioni che avresti dovuto portarmi via parecchio tempo fa. Vorrei essere sepolto vicino all’ippodromo… per sentire la volata sulla dirittura d’arrivo.

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