Leopold

E’ a pochi metri dal mare il Leopold Cafè, non molto distante dal terminal dal quale ogni ora salpano i traghetti che collegano la zona di Colaba a Mumbai. Imbarcarsi, su uno di quelli è di gran lunga preferibile rispetto alla follia di addentrasi nel caos di Mumbai, dove si ha tutta l’impressione che i suoi 18 milioni di abitanti altro non abbiano in mente che svegliasi la mattina, inforcare qualunque tipo di mezzo e buttarsi nelle strade col solo scopo di ammazzarsi.
A Mumbai le strade sono perennemente intasate: bici, carretti, risciò trainati dai poveri Cristi appena giunti dalla campagna, furgoni, auto, motociclette, bus, i tipici taxi neri e gialli… tutta una grande danza fatta di clacson che suonano all’impazzata e di gente al limite di una crisi di nervi. Un caos spaventoso che allo stesso tempo incanta e ammalia, che ogni giorno si ripete, un giorno dopo l’altro, nel soffocante calore della città. Il traffico è il sangue che scorre nelle vene di Mumbai, pare quasi dargli vita propria come se la città vivesse al di là dei suoi abitanti: un moderno Titano del traffico al quale milioni di devoti fedeli tributano libagioni fatte di litri di nafta, di portate di gomma bruciata e acciaio cromato, incensi di anidride carbonica e gas di scarico.
Il Leopold si affaccia su una delle strade più trafficate della zona, il rumore del traffico è incessante, e attraversare la strada per raggiungere l’entrata è una sorta di roulette russa, una sfida con la Fortuna. Attraversare una strada trafficata in India richiede una bella dose di coraggio o di incoscienza, ma per raggiungere il Leopold qualche rischio lo si deve correre.
L’Energia che attraversa Mumbai, la sua vitalità, fatta di tante vite che si trascinano e si incrociano, che si sfiorano e si scontrano in una bolgia informe e senza senso fatta di strade, di vicoli, di palazzi e catapecchie. Il rumore di decine di migliaia, di milioni di risate, le preghiere, di insulti, le maledizioni che intrecciano in una sorta di poesia istantanea hindi e urdu, le battute sconce di qualche povero derelitto, il borbottio dei motori a scoppio, il rumore di passi di milioni di piedi che calpestano incessantemente il cemento dei marciapiedi… Tutto copre il rumore del mare e lo fa sembrare lontano e irraggiungibile come se fossimo a Denver.
I palazzi, nuovi e decrepiti, lasciati dagli inglesi o sorti senza regola alcuna durante quello smisurato boom edilizio che la città paia debba vivere in eterno, una sorta di frenesia costruttiva: case, case, case e ancora case. Ogni angolo di questa città pare essere abitato.
A Mumbai vive un altro Dio: La Dea Edilizia, con i suoi figli Cemento e Mattone che si combinano insieme, saldati dal sudore versato dalle centinaia di lavoratori impegnati giorno e notte a erigere templi che crescono di due piano al giorni.
Il Leopold vive qui, al 40001 di Shahid Bhagat Singh Road – Colaba Causeway, Mumbai, dal 1872 e osserva dal suo posto lo scorrere del tempo, i volti che cambiano e le stagioni che si alternano, come gli anni e i governanti.
Un luogo di incontro per gente del posto, reso famoso da Gregory David Roberts nel suo Shantaram.
Un luogo focale, dove si diramano e si incrociano destini e storie, vicende d’amore e di vendetta. Un luogo nel quale si alternano Notti indimenticabili e pranzi infiniti a base di samosa, dove si vivono albe e tramonti.
Un luogo che è allo stesso tempo letterario e reale, dove spesso questo confine si confonde e i due mondi si sovrappongono rendendone impossibile la scissione.

Apro la porta del locale e una ventata di odore di cucina e sudore mi assale. Il rumore del traffico lascia il posto ad un rumore di gente.
I miei occhi ci mettono qualche secondo per abituarsi alla oscurità.
Le pale al soffitto non fanno altro che smuovere aria calda. Ho la camicia fradicia di sudore.
Il locale come sempre è affollato: turisti, gente del posto, commercianti, taxisti, boss della mafia di Mumbai, tutti si ritrovano qui. Questo posto è una sorta di istituzione, un luogo iconico, uno di quei posti dove ci si sente un pò a casa anche se si è mille miglia lontani.
I camerieri fanno avanti e indietro con vassoi ricolmi di ogni delizia che la cucina indiana può offrire, un esercito silenzioso di portatori di piatti piccanti e di Coca-Cola ghiacciata.
Io non sono qui per mangiare, sto cercando un uomo. Con lo sguardo faccio passare velocemente tutto il locale, il mio sguardo esclude automaticamente i turisti e la gente del posto.
La mia attenzione si concentra sugli abitueè, li si riconosce. Non hanno zaini da trekking, macchine fotografiche super professionali o portafogli bei ricolmi di dollari americani che fanno bella mostra di sé dalla tasca posteriore degli shorts color cachi come i turisti, non hanno la disperazione che trasuda ad ogni respiro come la gente del posto o la camicia sudata. Si riconoscono da come si relazionano al contesto, da come parlano ai camerieri, da come stanno seduti. Loro sono l’anima del Leopold o forse è il Leopold che è diventato parte della loro anima.
Volti. Osservo … Vedo uno spilungone biondo, dalla carnagione chiara, seduto ad un angolo del locale, parla con uno del posto si direbbe, un piccoletto con uno di quei sorrisi che non si vedono tutti i giorni. Poco più in là un tavolo di afghani che pare stiano complottando qualcosa e più oltre un tavolo occupato da una donna, che fuma, da sola, assorta nei suoi pensieri.
Ma eccolo! L’uomo che stavo cercando, sta seduto a qualche tavolo di distanza. Assorto nella lettura di un libro. Non si è accorto di me.
Riesco a farmi strada tra la marea di corpi che affollano il locale, raggiungo il suo tavolo e poco prima di afferrare la sedia per sedermi, si accorge della mia presenza.
Non li lascio il tempo di parlare:
“Eccomi, siamo solo noi?”
Lui richiude il libro, alza lo sguardo, i nostri occhi si incrociano per un attimo:
“Arrivano. Aspettiamoli.”

Non sono mai stato fisicamente a Mumbai e nemmeno in India ma è come se ci fossi stato, ho vissuto quel paese attraverso le pagine di Dominique la Pierre, di Lary Collins e di tanti altri autori.
Al Leopold invece mi ha condotto un ragazzo di venti anni, Matteo, con il quale ora mi accingo ad intraprendere questa avventura. Mi ha portato a conoscere un luogo unico come il Leopold Cafè, mi ha fatto attraversare Mumbai in sella ad una vecchia Royal Enfield, conoscere la povertà degli Slum e per farlo gli è stato sufficiente consigliarmi un libro: Shantaram e contagiarmi con il suo entusiasmo.
Questo libro ci ha unito, nella letteratura come nella realtà, ha creato tra di noi un ponte che va oltre i gusti letterari, le esperienze, gli anni che ci separano, le generazioni.
Ci ha fatto incontrare come anime.
Abbiamo deciso di dare a questa rivista il nome Leopold, per celebrare un libro straordinario, in onore della nostra amicizia e nella speranza che anche per voi che ci leggete e che scrivete, possa diventare un luogo di incontro e di confronto, di dialogo e di relazione.
Noi vi aspettiamo lì.

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