Una fotografia può ancora cambiare il mondo?

Nick Ut, Attacco con il Napalm in Vietnam, 1972.

Nel 1965 poche persone si erano realmente rese conto che gli americani stavano per iniziare una feroce guerra in territorio vietnamita. I primi articoli sui giornali e le prime notizie alla TV iniziarono a far luce sulle atrocità che caratterizzarono la sanguinolenta ‘guerra del Vietnam’. L’opinione pubblica si indignò e vennero organizzati dei movimenti pacifisti. Nel frattempo cantanti come Bob Dylan e Phil Ochs si fecero bandiere della protesta contro la guerra, un giovane di nome Norman Morris si diede fuoco davanti al Pentagono e il campione dei pesi massimi Cassius Clay fu spogliato del suo titolo per aver rifiutato di prestare il servizio militare. Ma fu una bambina di nove anni – e la fotografia che la ritraeva – ad attirare lo sguardo del mondo e a risvegliare la coscienza della gente. Si chiama Kim Phùc e, nello scatto che sconvolse l’umanità intera, la vediamo correre nuda e ustionata mentre urla di dolore a causa del Napalm, il terribile composto chimico con cui gli americani hanno bombardato il suo villaggio. Quella fotografia aprì un taglio profondo nella sensibilità del nostro pianeta e fece sentire la gente in dovere di fare qualcosa contro quell’inferno. In quella malsana visione della guerra, si poteva sopportare la morte, ma non le urla lancinanti di una bambina. Quella foto fece aprire gli occhi su un orrore disumano che andava oltre la dicotomia tra capitalismo e comunismo.

Kevin Carter, Il bambino affamato e l’avvoltoio, 1993. 

Nel 1993 il Sudan, lacerato da una guerra civile iniziata molti anni prima, si trovò a fare i conti con una drastica diminuzione della produzione alimentare. La carestia divorava il paese. In questo scenario, Kevin Carter scattò la foto che mostrò quello che stava accadendo in quel posto dimenticato da tutti. In quell’immagine terrificante scorgiamo un bambino accasciato al suolo; è scarno, scheletrico e ha la testa raccolta fra le braccia per la disperazione. Il paesaggio che lo circonda è spoglio, desolato. Dietro di lui, nel lato opposto dell’inquadratura, un avvoltoio si erge fiero e minaccioso; fiuta l’odore della morte e pare stia aspettando che il bambino esali l’ultimo respiro per cibarsene. Questo scatto valse a Carter il premio Pulitzer e diventò il simbolo della rovina africana. Il mondo fu scosso dalla potenza di quell’immagine, ed iniziò ad interrogarsi su ciò che il fotografo avesse fatto o meno per soccorrere il bambino. Le spiegazioni date risultarono incerte e avvolte da un velo di mistero, e Carter fu travolto da una pioggia di critiche alla sua disumanità. La sua vita divenne un inferno e, complice l’orrore cui aveva assistito e fotografato, si tolse la vita nel 1994.

Nilüfer Demir, Morte di Alan Kurdi, 2015.

Giungiamo ora ai nostri giorni. Alan Kurdi, bambino siriano di tre anni, salì a bordo di un gommone il 2 settembre del 2015, insieme alla sua famiglia, per sfuggire alla guerra civile e all’ISIS. Nessuno degli occupanti indossava un giubbotto di salvataggio, e il gommone si capovolse poco dopo aver lasciato la Turchia. Il corpo di Alan venne ritrovato la mattina successiva. La foto che lo ritrae senza vita, steso in riva al mare si diffuse rapidamente in tutto il mondo, cosa che spinse a numerose risposte internazionali. Quello scatto ci ha scandalizzato più di ogni altra foto sull’argomento; poichè Alan è vestito come un bimbo qualsiasi, e questo insinua nella nostra mente un pensiero agghiacciante: ci poteva essere uno dei nostri figli o nipoti al posto suo. La foto di Kurdi è fondamentale ed è divenuta simbolo della crisi europea dei migranti; tuttavia si è trattato di un evento troppo breve, molto intenso ma poco riflessivo. La foto è diventata iconica, ma non ha avuto la stessa dirompenza delle due precedenti. La verità è che siamo travolti da un flusso impetuoso di immagini: in TV, sui social, sullo schermo dei nostri cellulari… Ognuna di queste immagini riceve una minima parte della nostra attenzione, e raramente ci spingiamo oltre a quello che vediamo. Quello che si nasconde dietro alla morte di Kurdi è un fenomeno complesso; richiede attenzione e molta riflessione, cosa che pare stia diventando inconcepibile. Non abbiamo riservato a quell’immagine – e a tutte le altre sulla preoccupante condizione dei migranti – la giusta attenzione; anzi pare che sia già diventata un ricordo sbiadito: l’Europa ha ripreso a costruire muri, dalla Macedonia all’Ungheria, a chiudere i porti e a pattugliare i mari per rispedire indietro i migranti in cerca di salvezza. Abbiamo ucciso i principi su cui la nostra società si fonda, pur di difendere i nostri confini e le nostre ragioni economiche. Il motto ‘la pacchia è finita’, molto condiviso sui social, non solo è frutto di un’analisi superficiale ed evidentemente errata, ma è anche estremamente offensivo. Non analizziamo realmente il fenomeno e ne facciamo una mera questione politica. Siamo anestetizzati dalla mole di informazioni inutili che ci piombano addosso ogni giorno e non riusciamo più a concentrarci su nulla. La fotografia pare non avere più quella forza che spingeva le persone a reagire, a ricredersi su determinati argomenti. Diamo un’occhiata all’immagine di turno, ci scandalizziamo per qualche attimo e ce ne scordiamo subito dopo. La morte del piccolo Kurdi ha cambiato realmente le cose? E se nemmeno la morte di un bambino ci tocca più, in cosa ci stiamo trasformando?

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Lucia Marrasi

Ritengo che in una società nella quale siamo bombardati da tonnellate di parole, immagini, pareri, opinioni contrastanti sia molto difficile trovare il tempo e le motivazioni per soffermarsi a riflettere davanti ad una fotografia.
Osservare una fotografia vuol dire immergersi in essa, andare oltre quello che l’immagine palesemente dice per ricercare le emozioni che stanno dietro ad essa. In una fotografia c’è sempre una triplice dimensione emozionale: le nostre che osserviamo, quelle del fotografo ma anche di chi è ritratto.
Il percorso nel quale ci accompagna Matteo è profondo e stimolante. Guardiamo bene queste foto, prendiamoci il tempo necessario, interroghiamoci.